Irene Brin e la “Distintissima Bordighera”

Source:  Bordighera.it

 LA DISTINTISSIMA BORDIGHERA

di Irene Brin

Ci sono parole che, per molti anni, ci fan rabbrividire, e poi, improvvisamente si rivelano deliziose, arcaiche, evocatrici di tempi migliori. Così ho scoperto la qualità di “distinzione”, con tutti gli avverbi, gli aggettivi, le formule, la maniera di vivere che ne derivano, o forse dovremo addirittura usare il passato prossimo, il passato remoto ? Dovremo dire che Bordighera fu una città distinta, è stata una città distinta, fermandoci là, tristemente sui rimpianti ? Distinzione indubbia.

Oltre al Dottor Antonio, alle sue pazienti, a Monet, a Renoir che ci trovava i tramonti di zolfo e di fuoco e di punch oltre ai granduchi che ci venivano in Landau imbottito ed ai britannici che ci arrivavano in yachts favolosi, resta la definitiva scelta di Charles Garnier. Qui, e non altrove, l'Architetto dell'Opera, l'inventore dello stile Napoleone III, decideva di costruire la sua villa personale, la Chiesa dove si sarebbe ricordato suo figlio. Quale torrente di Altezze Reali in visita (e anticipavano la Regina Margherita di quasi mezzo secolo), quale sventolio di veli candidi, quale lampeggiare di guanti glaces! Bordighera usciva dalle muraglie erette sulle sue colline per combattere i saraceni e si allargava sulla pianura per accogliere i vastissimi parchi dei principi austriaci, le costruzioni neo-romantiche dei bojardi e quelle ispirate a Walter Scott, dei romanzieri inglesi. Se mai si poté vantare un'oligarchia assoluta, contrapposta ad una democrazia soddisfattissima, fu quella di Bordighera, fino all'inizio della seconda guerra mondiale.

C'erano i palazzi e c'erano i palaces, voglio dire che alle residenze private follemente vaste e lussuose si alternavano gli alberghi ridondanti balconi, grondanti geranei, odoranti il tartufo o la vainiglia. E, intorno, in piccole case nitide, in negozi votati alla primizia, alla frivolità, all'antiquariato, si disponevano le persone e le cose necessarie per alimentare l'organizzata opulenza. Era inimmaginabile che i viceré delle Indie, ritirandosi a Bordighera, mancassero del loro tè prediletto, e quindi l'intera gamma di tè cinesi, indiani, persiani, si allineava nelle drogherie, con la tastiera delle cioccolate svizzere o dei vini francesi. Le tea-rooms sorgevano a conveniente distanza, ce n'erano verso Villa Iride, per le passeggiate lunghe, e ce n'erano verso la spiaggia per le passeggiate brevi, e ce n'erano al centro nell'improbabile ipotesi che piovesse. Intere generazioni di belle ragazze locali divennero sartine, infilatrici di perle, pettinatrici, istintivamente abili, certo, ma addestrate in maniera da contentare una clientela esigentissima e generosa.

Con lo stesso spirito di ambizione, i macellai vendevano carne di prima scelta, i giardinieri moltiplicavano gli innesti, i vetturini avevano ottimi cavalli e cerchi di gomma alle ruote e baldacchini di tela bianca, con grosse frange, e gli stabilimenti balneari cabine comodissime, ciottoli ben lisci. Si guadagnava largamente, nella maniera amabile, utilizzando il sorriso non meno della buona volontà. I tappezzieri copiavano, migliorandole, le poltrone giunte dai clubs di Londra (c'era sempre l'eccentrico lord che aveva voluto pagare a peso d'oro una poltrona del White's) e le cuoche degli Otto Luoghi cucinavano rosbif e pudding trasformandoli, o nobilitavano, finalmente, la sardenaira e la pasqualina. Contemporaneamente, scese “alla Marina”, la borghesia che nella città alta aveva sempre posseduto dimore un poco segrete, lucidatissime, e begli orti misteriosi. Alla “Marina” gli avvocati, i notai, i medici, aprirono studi degni di Roma o di Berlino, le loro consorte furono invitate dalla duchessa di Leeds nella sua reggia circondata di cipressi, e, naturalmente, ci andavano con le carrozze, i veli, i guanti, i sorrisi, ispirati dall'Imperatrice Elisabetta o dall'Imperatrice Eugenia (la prima era il modello delle giovani la seconda delle anziane). Era naturale che i figli e le figlie dei professionisti crescessero nei collegi migliori, imparassero lingue straniere, avessero modi impeccabili.

Un pittore come Piana, un poeta come Ronald Firbanks, un grosso giornalista come de Amicis, ci si trovavano benissimo, la Corte per Sua Maestà era pronta, prima ancora che Sua Maestà compisse la sua decisione. Margherita di Savoia dominò, benignamente e vastamente, i suoi Otto Luoghi, non c'è praticamente una famiglia (inclusa la mia), cui manchi la poltrona della Regina, quella dove la sovrana, in visita, degnava sedersi e porre le domande di rito sulla salute e sull'ordine generali.

Quest'armonia durò anche dopo la morte della regina, delle duchesse, delle bajarde. Dirò, a lode dei Bordigotti, che l'enorme ribollimento provocato dalla prima guerra mondiale, qui non si avvertì affatto, le russe esiliate ed impoverite ricevettero la stessa calda ospitalità. E, durante la persecuzione razziale, i Bordigotti gareggiarono nel nascondere gli Israeliti che si affidarono loro, nel custodirne i patrimoni e gli oggetti. Era, insomma, il collaudo di una distinzione fin qui affermatasi solo attraverso incantevoli buone creanze.

Passarono i bombardamenti, le occupazioni, le inevitabili volgarità del dopoguerra numero due. Certo, anche Bordighera è stata un poco guastata dalla speculazione edilizia, dagli snack-bars, dalle pensioncine economiche, dalle radio e dalle TV a voce spiegata. Per quanto, molto meno che altrove! Nata distinta, Bordighera resta distinta (affascinante suono di vocali e consonanti, affascinante evocazione del passato). Certo, si nota un movimento verso l'entroterra, paragonabile a quello che da Nizza conduce a Saint Paul i nizzardi affaticati dalla folla, ed è forse una nuova attrattiva, quella di veder rivivere i villaggi abbandonati, e trasformarsi in giardini, ombreggiati da ulivi, gli uliveti millenari.

Certo, si tende ad abolire l'antico cerimoniale per sostituirlo con vacanze erranti, capricciose, con rapide corse in macchina a Cannes o a San remo, con fuoribordo sempre in numero crescente, con elicotteri e campi d'atterraggio privati. Restano, inalterabili, l'antica biblioteca di pietra grigia, restano gli edifici Garnier, una gastronomia dove il rosbif si alterna alla sardenaira, resta il garbo dei bottegai, la dignità della borghesia, la diligenza dell'artigianato. Resta, insomma, con distinti saluti, una Bordighera distinguibile da ogni altro luogo di villeggiatura.

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L’istituto Internazionale di Studi Liguri a Bordighera

Source: Bordighera.it

DAL MUSEO BICKNELL ALL’ISTITUTO INTERNAZIONALE DI STUDI LIGURI

di Nino Lamboglia

Il nome e la fortuna di Bordighera vanno legati, nel mondo internazionale, ad una tradizione di cultura che ha ormai un secolo di vita e che si è espressa, già nella seconda metà dell'Ottocento e fin dalle origini del turismo moderno, in varie forme e attraverso manifestazioni diverse; essa oggi sopravvive e continua soprattutto in una istituzione stabile, che costituisce la più cospicua eredità inglese della città e di tutta la zona circostante: il Museo Bicknell, diventato Sede Centrale dell' Istituto Internazionale di Studi Liguri. Nel 1867 aveva fissato la sua residenza poco lontano da Bordighera sir Thomas Hanbury, creatore col fratello Daniel dei celebri Giardini della Mòrtola, lasciandovi un'orma incancellabile nel campo della scienza botanica.

Nel 1883 un altro botanico, pastore anglicano, Clarence Bicknell (nato presso Londra nel 1842), sceglieva come suo rifugio definitivo Bordighera, che lungo la Via Romana si veniva popolando di ville inglesi, e concepiva di fondarvi un singolare Museo, che fosse ad un tempo centro di studio e centro di riunioni colte, dotato di una biblioteca e di ogni altro impianto scientifico, e insieme di un pianoforte e di un'acustica e di un ambiente perfetto per la musica più sublime; e, con lungimirante eclettismo, dalla natura e dalla botanica passava insensibilmente alla preistoria e alla protostoria, dedicandosi a scoprire le incisioni rupestri di Monte Bego; e dalla protostoria si affacciava all'archeologia e alla storia, raccogliendo e salvando tra l'altro non pochi materiali dagli scavi di Ventimiglia romana. Come altri inglesi colti dell'epoca, ospiti di Bordighera o di San remo o di Ventimiglia o di Mentone, egli faceva, attraverso il culto e lo studio del passato, l'autentica scoperta di una regione che si abituava a considerare come una seconda Patria.

Il Museo Bicknell, entro un minuscolo ma lussureggiante parco creato a somiglianza della Mòrtola, fu costruito esattamente ne11888, con un'architettura anglo-mediterranea tipica di quella mentalità composita; negli intendimenti del Bicknell, che ne rimase proprietario fino alla morte (1918), esso doveva servire (e in effetti servì) a dare alla Colonia Inglese di Bordighera, allora fiorente ogni inverno dì migliaia di persone colte ed agiate, una tranquilla oasi di raccoglimento e di studio, oltre che di trattenimento culturale. Nacque fra le sue pareti, intorno al 1900, anche il primo embrione della “Biblioteca Internazionale” a carattere circolante, atta a soddisfare i bisogni spirituali di quella massa di famiglie che passavano a Bordighera quasi metà dell'anno: ex-militari, funzionari, pensionati, industriali, tutta una “elite” proveniente dallo Stato Maggiore della vecchia Inghilterra dei tempi della Regina Vittoria e del Dominio Inglese sul mondo coloniale.

Clarence Bicknell, in quell'immagine di una società ormai tramontata, fu un autentico pastore, cioè il sacerdote e l'animatore della cultura, che fece scopo essenziale della sua vita e delle sue sostanze il lasciare a Bordighera un'impronta incancellabile nel campo dello spirito. Anima delicata e sognante, pittore e acquarellista di prim'ordine, osservatore della natura sul piano scientifico ed estetico insieme, fu colpito dal mistero di Monte Bego e delle più alte vette delle Alpi Marittime, il giorno in cui vi salì a raccoglier fiori e vi scoprì la preistoria dei Liguri : sulle rocce levigate dei ghiacci, sopra i 2000 metri di altezza, nella Val Meraviglie e sopratutto nella Val Fontanalba, egli cominciò a calcare e a disegnare le “meraviglie” stesse, ossia le figure e i segni ultramillenari che esprimevano il primitivo linguaggio degli abitanti della regione. Concepì ben presto il disegno di rivelarlo per la prima volta agli studiosi, e dopo il 1885 si abituò a salirvi ogni anno, bei due mesi estivi liberi dalle nevi, scoprendo quelle solitudini allora quasi inviolate e respirandovi aria pura e risanatrice per i suoi gracili polmoni. Affittò tosto una casa a Casterino, la località più vicina alle incisioni, poi fece costruire, su terreno del Conte Alberti Della Briga, una apposita casa di campagna, che chiamò “Casa Fontanalba” e che divenne la dimora estiva sua e degli amici che salivano a visitarlo e degli studiosi che si interessavano alla zona.

Per il resto dell'anno, per la vita invernale e per i contatti con i suoi connazionali e con gli studiosi italiani, fece costruire il Museo Bicknell, caso unico di museo privato a totale disposizione del pubblico. L 'opera del Bicknell, nel Museo di Bordighera e nella zona delle Meraviglie, durò 30 anni, dal 1888 al 1918; e volle il destino che morisse d'improvviso, per una banale indigestione di funghi velenosi, al ritorno da una giornata fra i suoi monti, e che fosse seppellito a Tenda, come aveva desiderato, vicino alla sua fedele compagna Miss Alice Campbell. In questo frattempo, dal 1902 al 1913, avevano visto la luce le sue principali pubblicazioni, che raccoglievano il frutto principale del suo lavoro: ultima “A Guide to the prehistoric Engravings in the Italian Maritime Alps”, che riassume tutte le precedenti; e pure ne11913, alla vigilia della grande guerra, aveva fatto costruire, coi fondi suoi e di tutta la Colonia Inglese, la Biblioteca Internazionale, in uno stabile apposito dipendente, erigendola in ente morale gestito dagli Inglesi residenti a Bordighera ma legalmente riconosciuto in Italia. Le sue ricerche lo avevano fatto conoscere e rispettare in Italia, non meno che la sua ospitalità e il suo mecenatismo verso gli studiosi italiani ed esteri, fossero di botanica o di preistoria o di archeologia.

In quello stesso principio di secolo la storia antica, medievale e moderna della regione ligure ponentina aveva il suo nume autoctono nel ventimigliese Girolamo Rossi, autore di tante opere e studi fondamentali e, per i tempi, originalissimi; tuttavia l'avvicinamento fra i due uomini e i due ambienti non venne, o rimase sulle generali, per ragioni che oggi è difficile penetrare: il Rossi trovò piuttosto il suo patrono e il suo mecenate, finché visse, in Thomas Hanbury e nella Mòrtola. Doveva toccare al nipote del Bicknell, Edward Berry, venuto a Bordighera come agente di finanza e come vice-console britannico,e alla sua consorte Margaret Berry, il far compiere all'istituzione creata dal Bicknell l'ulteriore passo che era fatale, verso l'archeologia e verso la storia della regione, e il trasmetterlo in mani italiane.

Morto il Rossi nel 1914, morto il Bicknell nel 1918, negli anni duri del dopoguerra, si delineava il vuoto intorno alla loro eredità spirituale. A Ventimiglia la biblioteca raccolta dal Rossi in un'intera vita di dedizione alla ricerca storica, il piccolo Museo da lui formato a Ventimiglia alta, la stessa Biblioteca Aprosiana con la sede sistemata a spese degli Hanbury rischiarono di cadere nell'oblio e nell'abbandono. Il Museo Bicknell, lasciato incautamente per testamento al Comune di Bordighera, fu da quest'ultimo rifiutato, dopo vari anni di tentativi per snaturarlo ed utilizzarlo ad altri fini. Se ciò non avvenne fu per il provvidenziale intervento dei coniugi Berry, che se ne fecero i paladini in nome della Colonia Inglese e, dopo cinque anni di lotta, ottennero la rinuncia del Comune all'eredità e la costituzione del Museo Bicknell in ente morale autonomo, unito alla Biblioteca Internazionale già riconosciuta come tale, e gestito da una unica Amministrazione inglese divisa in due Comitati a parte.

Quel decennio, dal 1920 al 1930, fu decisivo per lo sviluppo e per il consolidamento dell'istituzione creata dal Bicknell; perché il Berry, temperamento piuttosto portato verso la storia, i monumenti, l'arte, e incline a penetrare di più, per le sue stesse qualità diplomatiche, l'ambiente locale della Riviera e la mentalità italiana, volle fare del Museo Bicknell un istituto non soltanto botanico e preistorico, ma anche e soprattutto storico e adatto ai forestieri; stimolò il dono di nuove collezioni o singoli oggetti, da parte degli inglesi, o li donò egli stesso, e ne arricchì e ne completò la biblioteca, allargandone l'interesse a tutta la Riviera ligure occidentale, considerata nella sua unità secolare e naturale, dal Varo fino al colle di Cadibona, come si legge nello statuto dell'Ente “Biblioteca Internazionale e Museo Bicknell”, da lui approntato e fatto approvare nel 1923. In tutta questa regione, con la sua fedele compagna e coadiutrice, egli stava infatti percorrendo da anni la costa e gli angoli più reconditi delle vallate, annotando ogni particolare interessante del passato e del presente e preparando così la stesura di quell'aureo libro “At the Western Gate of Italy” “Alla porta occidentale d'Italia”, che raccoglieva i frutti di un'intera vita a contatto con la Liguria d'occidente.

La morte, sopravvenuta nel 1930, gli impedì di vederlo stampato, ma Margherita Berry poté darlo alla luce un anno dopo, nel 1931, dedicandosi a ultimarlo con religioso fervore; e fu quella pubblicazione una nuova tappa nella vita del Museo Bicknell e della cultura ligure occidentale. Storia, leggenda, tradizione popolare, opere d'arte, bellezze di natura, e poi la storia romana, feudale, comunale, moderna dei singoli centri ponentini vi si trasfusero in una sintesi facile e piana, tipicamente inglese, difficilmente imitabile e rinnovabile. E col libro dei coniugi Berry si chiuse un'epoca: quella della Riviera di ponente ancora vergine e, bambina, ignara di se stessa e dei propri valori spirituali ed artistici, aperta e scoperta soprattutto agli stranieri. Quasi in sincronia con la morte di Edward Berry, nel 1932, nasceva ad Albenga la prima associazione storica della Riviera creata da liguri: si chiamò “Società Storico-Archeologica Ingauna e Intemelia”, ponendo l'accento sull'archeologia e sulla romanità come momento storico culminante del nostro passato e facendo appello alle antichissime tradizioni cittadine di Albenga e di Ventimiglia (“Albium Ingaunum, Albium Intemelium”, le primitive città dei Liguri Ingauni e dei Liguri Intemelii), per rivalutarle a fondo, sia nel campo degli studi sia sul piano della conoscenza generale e della valorizzazione turistica.

Margherita Berry, che con preveggenza tutta inglese dal 1935 vedeva avvicinarsi il fatale traguardo della guerra e andava cercando un'àncora di salvezza per il Museo Bicknell, rimasto affidato alle sue sole braccia, fu tra i primi soci e fra i più ferventi sostenitori della nuova Società, fondata e guidata da chi scrive nei primi anni di gioventù; e volle ed ottenne nel 1937, per singolare concomitanza di eventi, che il nuovo sodalizio, nel frattempo diventato Sezione Ingauna e Intemelia della R. Deputazione di Storia Patria per la Liguria senza perdere in nulla la sua fisionomia sostanziale fissasse la sua sede nel Museo Bicknell di Bordighera, inserendosi nella sua tradizione già antica e ponendosi al riparo da tutte le vicissitudini locali e comunali che ne avevano tormentato i primi anni di esistenza. Margaret Berry con la massima parte dei vecchi inglesi di Bordighera, era ormai prossima a partire, alla vigilia della guerra, e purtroppo non vi fece più ritorno. Aveva saputo provvedere in tempo alla principale eredità sua, del marito e di Clarence Bicknell, e le generazioni venture non le saranno mai abbastanza grate, come non lo siamo noi, per questa lungimirante visione.

La trasformazione, anzi trasfusione, della Società Storico-Archeologica Ingauna e Intemelia e del Museo Bicknell nell'Istituto di Studi Liguri, organismo di più vaste ambizioni e di più vasta portata, avvenne subito dopo il 1937, essendo Commissario dell'Ente il sottoscritto, nell'anormale clima prebellico e nella più completa incertezza del futuro; ebbe tuttavia un crisma scientifico e internazionale del più alto valore quando, nel 1939, si organizzò nel Museo Bicknell, per mantenere fede alla sua tradizione, la prima “Mostra delle Incisioni Rupestri” a carattere mondiale, e, simultaneamente un Convegno di studiosi di diverse nazioni fece appello, nelle sue conclusioni e nei suoi voti, al nome e alla tradizione dei Liguri preromani come alla formula e all'auspicio più valido per affermare e studiare l'unità del substrato europeo occidentale in senso mediterraneo. Fu da quell'impegno, nato in comune fra studiosi che confrontavano le loro idee nell'atto stesso in cui si preparavano ad affrontare una guerra, che prese corpo e si sviluppò rapidamente, trionfando su tutte le avversità e sulla guerra medesima, l'organizzazione dell'Istituto di Studi Liguri: già potenzialmente e implicitamente Internazionale, sebbene tale epiteto sia stato assunto solo nel 1947.

Fu proprio la guerra, che non viene sempre per nuocere e che come ogni medaglia ha sempre il suo rovescio, coi suoi sconvolgimenti e con le sue mete insoddisfatte, l'elemento propulsore del nuovo Istituto, che estese la visione del Bicknell a tutto il mondo ligure preistorico, romano, medioevale e più recente, al disopra e al di là delle frontiere; e fu un singolare destino quello della vecchia Albione, omonima di “Albion” degli Ingauni e degli Intemelii e forse loro remota parente, di aver tenuto a battesimo nel Museo Bicknell, creato da inglesi e per gli inglesi, una delle più solide cellule della nuova unità europea, italo-francese in primo luogo, ed italo-francese-spagnola, nel nome vetusto dei Liguri.

La guerra salvò dunque il Museo Bicknell e l'Istituto di Studi Liguri perché, nelle condizioni straordinarie dei tempi, gli assicurò quella gestione straordinaria che occorreva per la sua radicale trasformazione nel senso sopra indicato, e che si era rivelata assai difficile nel triennio 1937-1940. Fu Mattia Moresco, Rettore indimenticabile dell'Università di Genova e patrono della cultura ligure, colui che se ne prese intera la responsabilità dal 1940 al 1945 e diede a chi scrive la forza e la sicurezza di resistere a tutti gli eventi. La “Rivista Ingauna e Intemelia”, sorta nei primi anni della nascente società storica rivierasca, divenne allora la “Rivista di Studi Liguri”, col compito di attuare immediatamente il voto del Convegno internazionale del 1939 e di unire le forze degli studiosi dei problemi “liguri” nel senso più vasto. Si tennero a Bordighera i primi “Corsi Superiori di Studi Liguri”, con carattere e partecipazione internazionale, e si formarono le prime leve del nuovo movimento di studi. Si mise in salvo e si conservò per il futuro il patrimonio storico-archeologico, archivistico, bibliografico della regione da Ventimiglia a Savona, ivi compresa la preziosa biblioteca di Girolamo Rossi, ricuperata in extremis sotto i bombardamenti a Ventimiglia alta. Si aprì la porta su Nizza e sulla Provenza, rinsaldando, sotto le apparenze dell'effimera riconquista, vecchi e nuovi vincoli indissolubili, mantenendo l'unità latina e facendo degli “studi Liguri” il primo impegno di solidarietà sopranazionale di qua e di là delle Alpi. Si delineò così il più vasto obiettivo del dopoguerra: unire in un solo sodalizio e in un'organizzazione a carattere internazionale gli studi e gli studiosi dell'Occidente europeo: quelli dell'Italia e della Francia che la guerra momentaneamente divideva ma l'istinto atavico univa, quelli della Spagna con cui la precedente guerra civile aveva risvegliato nuovi stimoli di fratellanza latina, nonché ibero-ligure in senso mediterraneo occidentale.

E' ancora troppo presto per fare la storia obiettiva e sintetica di quest'ultima svolta nella vita del Museo Bicknell, assurto al rango di istituzione internazionale ed europea, perché ne stiamo tuttora vivendo i travagli e gli sviluppi, e non è facile discernere tutti i fattori individuali e collettivi, di casualità e di volontà umana, che l'hanno determinata. Un fatto tuttavia sembra chiaro: che l'ultimo ventennio, dal 1945 al 1964, segna anzitutto il trapasso, dal Museo Bicknell all'Istituto Internazionale di Studi Liguri, fra la cultura individuale e di “élite”, che caratterizzò la seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, e la cultura collettiva della nostra epoca, che tende a superar l'individuo non meno che le frontiere e chiama a raccolta anzitutto le regioni ed i popoli uniti da interessi e di tradizioni comuni, i giovani non meno che gli anziani, i curiosi e gli intelligenti non meno che gli specialisti e gli specializzati, rompendo quella “torre d'avorio” che rappresentò spesso lo studioso isolato d'altri tempi e inserendo, in una parola, la scienza nella vita.

Questa via di progresso ha imboccato decisamente l'Istituto Internazionale di Studi Liguri in tutta la sua organizzazione post-bellica, che si differenzia soprattutto in questo dalle vecchie accademie e dal dilettantismo locale, senza tuttavia rinunciare a quel “particolarismo” di vita e di cultura che è sempre stata una nota tipica del mondo e della mentalità ligure. In questo spirito, che alimenta e giustifica principalmente la vitalità sia locale sia internazionale dell'Istituto di Studi Liguri, abbiamo trovato in Bordighera e nella sua tradizione culturale, nel Museo Bicknell e in tutti i suoi antecedenti vicini e lontani, la base autonoma e il terreno più propizio per far germogliare e fruttificare i valori dell'archeologia e della storia per estendere le varie branche dell'Istituto ovunque si siano estesi i Liguri primitivi, con formule ed attività appropriate ai diversi ambienti. Gravita attualmente intorno al Museo Bicknell, come Sede Centrale dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri, un organismo composto di 22 sezioni autonome, di cui 15 sono sorte in Italia, 5 in Francia e 2 in Spagna; e fra quelle italiane 7 “rivierasche” (Ventimiglia, Sanremo, Taggia, Imperia, Albenga, Finale, Savona), che agiscono in profondità e nei particolari nell'antico dominio del Museo Bicknell e della Società Storica Ingauna e Intemelia, ed altre 8 più lontane: Genova, Chiavari, La Spezia, Lucca, e a nord dell'Appennino: Milano, Torino, Acqui, Bra, con lenta tendenza a radunare intorno al “nome” ligure il triangolo ligure-piemontese-lombardo e le sue appendici emiliane, alpine e svizzere; in Francia a Montpellier la casa-madre e il centro motore per tutto il Mezzogiorno francese, con una Vice-presidenza autonoma creata e tenuta dal prof. Maurice Louis, e altre sedi per ora a Marsiglia, Valence, Frejus, Nizza; in Spagna infine a Barcellona e a Madrid, con una terza Vice-presidenza, tenuta dal prof. Martin Almagro, operante in modo autonomo.

Nel 1963, alla morte del monegasco ing. Luigi Notari, che per 15 anni aveva tenuto la Presidenza internazionale dell'Istituto (mentre pur da 15 anni la Vice-presidenza italiana, col principale peso amministrativo dell'Istituto, è tenuta dal prof. Roberto Lucifredi, erede a Genova del nome e dello spirito di Mattia Moresco), il sistema si è perfezionato con una rotazione annuale fra il Vice-presidente italiano, quello francese e quello spagnolo nell'assumere a turno la presidenza per un anno; la Direzione dell'Istituto conserva ed assicura in tal modo, col potere esecutivo e con l'effettivo governo di tutta l'attività in senso unitario e coordinato anche la continuità e la coesione del complesso organismo, che è formato di 1500 soci, in continuo aumento, per due terzi italiani ed un terzo francesi, spagnoli e di altre nazioni. L 'attività editoriale è diventata imponente e complessa: una rivista plurilingue, la “Rivista di Studi Liguri”, organo generale e internazionale dell'Istituto; tre riviste specifiche per le Sezioni italiani, cioè la “Rivista Ingauna e Intemelia”, il “Giornale Storico della Lunigiana e del Territorio Lucense”, gli “Studi Genuensi”, e due per le sezioni francesi, i “Cahiers Ligures de Prehistoire et d'Archeologie” e i “Cahiers Rhodaniens”; e in più la “Forma Maris Antiqui”, organo specifico dell'archeologia sottomarina, che si sta staccando dalla prima.

Numerose serie di pubblicazioni monografiche, di severo tono scientifico e anche di divulgazione turistica come gli “ Itinerari Liguri”, completano il quadro ed aprono continue possibilità di sviluppo. L'organizzazione centrale segue non senza fatica e si adegua con ritardo a tali progressi, e lo stesso Museo Bicknell è diventato angusto e insufficiente per tutte le necessità, pur integrato dalle Sezioni più vicine e dalla stessa Villa Hanbury, che nel 1960 è stata acquistata dallo Stato Italiano e inserita nella gestione e nell'attività dello stesso Istituto. Sotto il suo stesso peso, il Museo Bicknell ha cessato di essere un vero e proprio museo per diventare un centro coordinatore e un ordinatore di numerosi altri musei sorti e che stanno sorgendo in Riviera, dai Balzi Rossi e da Ventimiglia fino a Finale, a Noli e a Vado; e la sua biblioteca, ingrossata a dismisura e arricchita da ben 800 relazioni di cambio con riviste di 32 paesi del mondo, ne ha invaso in modo preponderante tutti i locali, al ritmo di due o tre metri di aumento per settimana, dando luogo anche a varie altre succursali, biblioteche minori presso le principali sezioni. I due più antichi tronchi del sodalizio, ossia le Sezioni di Albenga e di Ventimiglia (Ingauna e Intemelia), sono state a loro volta le prime a svilupparsi nel dopoguerra, e l'una con la gestione delle grotte di Toirano, con l'archeologia sottomarina, con uno speciale “Ente per i Monumenti Ingauni”, l'altra con la Villa Hanbury e con la zona archeologica di Ventimiglia e con l'Ente per i Monumenti Intemelii, hanno acquistato un giro di attività e di fondi superiore a quello della stessa Sede Centrale, ma tale da costituirne ad un tempo il maggior peso e il maggior sostegno.

Ad Albenga specialmente il programma iniziale di mettere in valore l'intero centro antico e il patrimonio dei dintorni ha fatto e sta facendo giganteschi progressi, si moltiplicano i musei e le sedi delle singole attività, mentre a Toirano si costruisce ex novo e si scoprono sempre nuove grotte; e Finale e Noli e le altre sezioni rivierasche emulano e seguono a ruota a seconda degli uomini e ,delle possibilità, realizzando nuove opere e organizzazioni locali. E' soprattutto in nome di esse, e per l'intimo inserimento dell'Istituto nella vita pratica e nell'economia della regione ligure ponentina, che esso domanda a tutti gli enti della regione e delle province, alle Prefetture, ai Comuni e agli enti locali, i mezzi per svolgere i suoi compiti e perfezionare la sua organizzazione a vantaggio di tutti. Ed è su questa base che esso guarda tranquillamente all'avvenire, cercando di adeguare i suoi mezzi ai suoi compiti ma mirando altresì ad evitare l'elefantiasi burocratica, che potrebbe costituire il maggiore pericolo della sua crescenza. Bordighera, la piccola colonia inglese che ha saputo pur essa sopravvivere alle vicissitudini dell'ultima guerra rinnovando il suo volto turistico ma conservando la sua tradizione cosmopolita, segue ad un tempo cosciente e incosciente questo affrettato espandersi e svilupparsi della sua più antica e gloriosa istituzione di cultura, in parte per forza propria e in parte per spontanea adesione esterna. Le sue classi dirigenti sono ben consapevoli dello apporto consistente e duraturo che, come ieri il Museo Bicknell e la Biblioteca Internazionale, così oggi la Sede Centrale dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri dànno alla vita ed al nerbo attivo della città; e con Bordighera Ventimiglia, che sono due aspetti di una stessa cosa sul piano della storia e degli sviluppi avvenire; è infatti l'antica città degli Intemelii che tende a riacquistare, almeno sul piano turistico, dal capo S. Ampelio e dal Museo Bicknell alla Villa Hanbury e ai Balzi Rossi, la sua antica, naturale unità.

I forestieri colti che tornano a ricercare la tranquillità a Bordighera, a Ventimiglia, nella stessa San remo e negli altri centri della Riviera trovano così, sotto questo aspetto, la zona di confine perfettamente attrezzata per riceverli, per informarli e per far loro conoscere, nelle sue singolarità e nei suoi valori eterni, il vero spirito dell'antica Liguria. Su questo piano, oggi come ieri, il Museo Bicknell e l'Istituto Internazionale di Studi Liguri sono un fatto turistico, che si apre su tutta la regione e simboleggia la sua secolare unità. Il Santuario di Monte Bego, con lo spirito e con la tomba del Bicknell, continua a proteggerla dalle alte vette delle Alpi Marittime.

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George MacDonald, Casa Coraggio e Edmondo De Amicis.

De Amicis – 1908 – La casa di Giorgio MacDonald
 

Originariamente pubblicato ne "l'illustrazione italiana" del 29 luglio 1906, questo breve scritto di Edmondo de Amicis racconta di George MacDonald, della sua famiglia e della loro vita a Bordighera sul finire dell'800. Ripubblicato postumo all'interno del volume Ultime pagine di Edmondo de Amicis, nuovi racconti e bozzetti (vol II, pagg. 171-184), vi si trova una vivida descrizione della casa, costruita nel 1880 a Bordighera, chiamata "Casa Coraggio". Il nome deriva dal motto di George MacDonald, l'anagramma  "Courage, God mends all" (Coraggio, Dio sistema tutto) che campeggiava anche sul portone della casa.

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Fu una casa molto grande e aperta a tutti, un importante centro culturale nella Bordighera degli inglesi, ma non solo, dato che chiunque poteva partecipare alle numerose attività, letterarie, musicali, teatrali, e alle grandi feste che vi si tenevano. La casa e tutto ciò che rappresentava finì improvvisamente alla morte dei MacDonald. La decadenza fu rapidissima. Un ictus colpi George privandolo dell'intelletto. Un anno dopo (1902) morì l'amata la moglie Louisa e fu trasportato in Inghilterra, dove morì nel 1906. Le sue ceneri furono però sepolte nel cimitero di Bordighera, accanto alla amata moglie Louise e alla figlia primogenita Lilia.

Cimitero di Bordighera - Le tombe di Giorge MacDonald con la moglie Louisa e della figlia Lilia
Cimitero di Bordighera - Le tombe di Giorge MacDonald con la moglie Louisa e della figlia Lilia
 

La lebbra a Sanremo nel 1892.

Source: Internet Archive
American Journal of the Medical Sciences, Marzo 1892
Notes on a visit to the leper hospital at San Remo, Italy
By Louis A. DUHRING, M.D. professor of skin diseases, University of Pennsylvania [gview file="http://openstoria.it/wp-content/uploads/2016/09/101489469.pdf"] Una nota di un dermatologo americano che durante un suo viaggio in Europa ebbe modo di visitare il "lebbrosario" di Sanremo. L'istituzione in questione era un reparto dello "Spedale Civico Mauriziano", che, sotto la guida del direttore medico dott. Luigi Peracca, si occupava dei casi di lebbra. In questa nota sono riportati 4 casi: Un uomo di 27 anni, di Diano Marina, malato da cinque anni, dopo quattro anni di soggiorno a Marsiglia. Giovanni B., 33 anni, di Perinaldo, anche lui ammalatosi dopo un soggiorno a Marsiglia. Giovanni B., di 22 anni, di Castelvittorio. Si ammalò mentre risiedeva a Lione. Letizia B. di 42 anni di Montaldo. Tutti i pazienti avevano sintomi molto gravi, con ulcerazioni e tubercoli su faccia, mani, piedi, occhi, lingua. Apparivano molto più vecchi e dovevamo soffrire molto. Nessun caso registrato nelle rispettive famiglie, (ancora a quei tempi non era chiaro se la trasmissione fosse per contagio o ereditaria) e nessuna cura aveva dato risultati.